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Alessandro Capriccioli

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I rom non si vogliono integrare? No, non devono essere integrati

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nomadi

Fermo restando il garantismo, e perciò la sacrosanta necessità di attendere gli esiti dei processi prima di pronunciarsi sui singoli individui, il quadro che emerge dalla nuova indagine per corruzione relativa alla gestione dei campi rom nella capitale è piuttosto chiaro, e altrettanto inquietante.
E’ un quadro in cui è dipinto in modo nitido il perseguimento degli interessi privati di dirigenti, funzionari e impiegati comunali, di professionisti, di imprenditori, di associazioni, e in cui, significativamente, sono del tutto assenti gli unici che di quegli interessi erano legittimamente titolari, vale a dire i rom.
Diventa un’impresa molto difficile, con questo quadro davanti agli occhi, ripetere con un minimo di convinzione e credibilità il mantra logoro del “non vogliono integrarsi”: non soltanto perché, a quanto pare, tutti gli strumenti che avrebbero dovuto favorire quell’integrazione sono stati sistematicamente distorti e utilizzati per perseguire arricchimenti illeciti di vario genere; ma anche, e direi soprattutto, per l’elementare considerazione in base alla quale la mancata integrazione dei rom costituiva la pietra angolare del meccanismo, garantendo nei fatti la sopravvivenza di un sistema, quello della segregazione nei campi, che evidentemente era straordinariamente lucroso per moltissimi attori.
Il punto, a bocce ferme, non è quindi che “i rom non vogliono integrarsi”: ma piuttosto che per mantenere vivo quel sistema, e quindi continuare a percepirne gli “utili”, è sempre stato necessario evitare a tutti i costi che si integrassero.
Il che, ne converrete, sposta decisamente l’orizzonte delle valutazioni dal piano antropologico, quello che tende a decretare la non integrabilità dei rom sulla base di fantomatici criteri etnici, a quello eminentemente politico, che dovrebbe condurre all’elaborazione di riforme radicali per superare il sistema dei campi a beneficio di misure diverse, meno “appetibili” per le dinamiche corruttive e quindi, ovviamente, più efficaci.
Noi radicali quelle riforme le abbiamo chiare: per averle elaborate, codificate, proposte ai romani con il titolo “Accogliamoci” e depositate in Campidoglio corredate da più di seimila firme: con la speranza che il prossimo Consiglio Comunale si ricordi da un lato che è suo preciso dovere calendarizzarle e discuterle subito, e dall’altro che sarebbe anche il caso di approvarle.
A meno di non volerci ritrovare, tra una decina d’anni, davanti allo stesso quadro di oggi: ugualmente inquietante, anche se magari con personaggi diversi.

De Gregorio eletto al 2° Municipio, emblema di una lotta che dovrebbe essere già vinta

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dario

Dichiarazione di Alessandro Capriccioli, Segretario di Radicali Roma.

Ci piacerebbe molto salutare l’elezione al secondo municipio di Dario De Gregorio limitandoci a sottolineare esclusivamente le sue indiscutibili capacità, che sarà certamente in grado di offrire alle istituzioni cittadine e al suo territorio.
Ci piacerebbe, perché vorrebbe dire che il suo orientamento sessuale, e soprattutto la circostanza che insieme al compagno abbia tre figli nati attraverso la gravidanza per altri, sono finalmente diventati elementi irrilevanti, in quanto pienamente accettati sia dalla collettività, sia dalla politica.
Purtroppo non è così. E la responsabilità di questa situazione, occorre dirlo, grava soprattutto sulla politica, che come avviene in molti casi si dimostra sistematicamente in ritardo rispetto a quanto, sia pure con qualche sporadica eccezione, viene considerato ormai “normale” dalla cosiddetta “società civile”.
Su Dario, quindi, graverà un duplice impegno: non soltanto lavorare al meglio per il municipio in cui è stato eletto, ma anche continuare a rappresentare, da consigliere municipale, l’emblema di una battaglia decisiva per l’affermazione dello stato di diritto nel nostro paese.
Nell’esprimere la certezza che sarà in grado di svolgere al meglio entrambi i compiti, il nostro pensiero va a quelle forze politiche che in campagna elettorale lo avevano coperto di epiteti insultanti, dipingendolo addirittura come un pericolo per le fondamenta della nostra società: il fatto che gli elettori abbiano scelto lui, anziché chi lo attaccava, ci incoraggia sull’esito di una lotta che dovrebbe essere già vinta.

Radicali determinanti per vittoria Alfonsi, Giachetti e PD ringrazino “l’incandidabile” Naim

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Dichiarazione di Alessandro Capriccioli, Segretario di Radicali Roma.

Dopo aver atteso la proclamazione ufficiale dei risultati elettorali nella capitale possiamo affermarlo senza possibilità di essere smentiti: nel Municipio 1, aritmetica alla mano, la vittoria di misura della Presidente uscente Sabrina Alfonsi sulla candidata del Movimento 5 Stelle Campanini si è potuta realizzare solo grazie al quasi 4% ottenuto dalla lista Radicali, seconda forza politica della coalizione, ed in particolare alle mille preferenze con cui è stata eletta Nathalie Naim. La stessa Naim che il PD, con una decisione surreale, aveva escluso dalle sue liste bollandola come “incandidabile” a causa delle denunce di cui era stata fatta oggetto per le sue battaglie in difesa della legalità e del decoro, e che noi radicali abbiamo insistito per “recuperare” candidandola come capolista, nonostante gli ostinati tentativi di veto da parte dalla stessa Alfonsi e dei dirigenti romani del suo partito.
A leggerla nell’insieme, e alla luce della sua conclusione, la vicenda è emblematica: il Partito Democratico ha rischiato di perdere la guida di quartieri come il centro storico, Prati, Esquilino e Testaccio nell’insensato tentativo di inseguire il Movimento 5 Stelle sulla strada del giustizialismo più ottuso, e ha potuto evitare la sconfitta soltanto grazie al nostro intervento, che sul momento è stato esplicitamente interpretato come un fastidio, ma che nei fatti si è rivelato invece un aiuto determinante.
Al di là del riconoscimento politico che, ne siamo certi, la Presidente Sabrina Alfonsi vorrà attribuire a chi le ha offerto, anche suo malgrado, il supporto più importante dell’intera campagna elettorale, la vicenda Naim dovrebbe essere uno spunto di riflessione per tutto il PD: se l’apporto radicale fosse stato valorizzato anche in altri contesti, a partire dal livello comunale e quindi da parte del candidato sindaco Giachetti, con ogni probabilità il risultato finale sarebbe stato diverso da quello a cui, purtroppo, abbiamo dovuto assistere.

Cara Virginia, così so’ bboni tutti

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duran

Senonché, ho sempre pensato una cosa: chi dice che ogni nefandezza potrà essere abrogata solo se governerà lui, salvo lasciar andare le cose in malora finché ciò non accada, compie un gesto due volte irresponsabile. Primo, perché il “tanto peggio tanto meglio” è utilissimo per legittimare chi lo declina, ma lo è molto meno per i cittadini; secondo, perché alcuni risultati si possono ottenere anche essendo una minoranza, e rifiutarsi di aiutare chi prova a realizzarli è un gesto presuntuoso e fine a se stesso.

Prendete le Olimpiadi, ad esempio. Fa un bel dire, la Raggi, che il solo pensarci sarebbe un atto addirittura “criminale“: se la pensa davvero così, però, perché non ci ha mai dato una mano a raccogliere le firme per il referendum, e perché non si è schierata dalla nostra parte quando il CONI ha provato a fermarlo? Insomma, cos’è che vuole davvero: impedire le Olimpiadi per perseguire il bene dei cittadini o accreditarsi come l’unico soggetto titolato a farlo, perseguendo solo il proprio e guardandosi bene dal riconoscere i meriti di chi non si è limitato a chiacchierare, ma si è rimboccato le maniche da mesi per fare quello che si poteva fare?

Dov’era, la Raggi, quando abbiamo stampato i moduli, quando ci siamo messi coi tavoli per strada a raccogliere le firme, quando abbiamo faticosamente raccolto i soldi per promuovere il referendum, quando abbiamo depositato il quesito, quando abbiamo fronteggiato l’attacco di chi voleva impedire ai cittadini di pronunciarsi spendendo altri soldi per un ricorso al TAR e mettendoci in piedi e in silenzio davanti al Campidoglio con una penna in mano?

Era là, probabilmente, a blaterare che se lei diventerà Sindaco le Olimpiadi non si faranno. E se invece non lo diventerà? Beh, è semplice: in questo caso chissenefrega. Delle Olimpiadi e dei cittadini.

Scusami tanto, Virgi’: ma, come si dice a Roma, così so’ bboni tutti.

A Roma chiunque può votare radicale: ecco come si fa

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Quello che vedete qua sotto è il fac simile della scheda elettorale per il Comune di Roma che vi consegneranno il 5 giugno, quando andrete a votare (si tratta della scheda azzurra, mentre quella per il municipio è rosa):

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Come vedete, ci sono le varie liste raggruppate sotto il nome del sindaco che sostengono.
Ebbene, se volete votare i Radicali, ed in particolare se volete votare per me, avete due possibilità: il voto congiunto, che consiste nel votarmi per l’Assemblea Capitolina e contestualmente votare Roberto Giachetti per la carica di Sindaco, o il voto disgiunto, che consiste sempre nel votare me per l’Assemblea Capitolina, votando però un altro candidato per la carica di Sindaco.

Per fare il voto congiunto vi è sufficiente barrare il simbolo della lista Radicali e scrivere accanto il mio nome; in questo caso, infatti, il voto per la carica di Sindaco andrà automaticamente a Roberto Giachetti, come nella figura che segue:

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Se invece volete fare il voto disgiunto, dovete barrare il simbolo della lista Radicali scrivendoci accanto il mio nome, e poi barrare il nome del candidato Sindaco che preferite (nell’esempio che vi propongo qua sotto Dario Di Francesco, ma, per l’appunto, è solo un esempio):

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Attenzione: per fare il voto disgiunto occorre barrare soltanto il nome del candidato sindaco, senza barrare invece il simbolo di partiti che lo sostengono; altrimenti il risultato è quello di annullare la scheda e buonanotte al secchio.

Insomma, è tutto chiaro? Spero di sì. Come vedete tutti, ma proprio tutti, possono votare i Radicali al Comune di Roma: e di conseguenza tutti, ma proprio tutti, possono votare per me.

Che altro dirvi? Buon voto a voi! E a risentirci presto.

I referendum comunali: un privilegio riservato a chi non sa che farsene

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Oggi, se avete tempo, facciamo due conti.
A Roma indire un referendum comunale significa dover raccogliere una cosa come 30mila firme (l’uno per cento della popolazione residente accertata nell’anno precedente).
Ora, chi ha fatto almeno un tavolo in vita sua sa bene una cosa: a meno che non si proponga birra gratis per tutti e rutto libero, raccogliere venti firme l’ora è un risultato più che soddisfacente. Il che implica, se l’aritmetica non è un’opinione, che per mettere insieme 30mila firme servono grosso modo (e quando va bene) 1.500 ore.

Senonché, le firme debbono essere autenticate. E quindi la domanda da porci per proseguire il ragionamento è la seguente: chi sono i soggetti abilitati ad autenticare le firme?
Prima di tutto i consiglieri comunali, nonché i presidenti e i vice presidenti dei consigli circoscrizionali; poi i funzionari e gli impiegati comunali che siano stati autorizzati dal Sindaco; quindi i notai e i cancellieri del Tribunale: i quali ultimi, tuttavia, non autenticano le firme gratis, ma a pagamento.

Ora, riflettiamo insieme su un fattro: i movimenti politici che dispongono di molti consiglieri comunali, i quali sono abilitati all’autentica e lo fanno gratuitamente, sono anche quelli cui meno degli altri è necessario lo strumento referendario, poiché per calendarizzare o abrogare provvedimenti possono già contare sulla presenza nell’assemblea elettiva; mentre gli strumenti di partecipazione popolare sono di gran lunga più importanti per chi quei rappresentanti nelle istituzioni non li ha, e quindi non può disporre di altri mezzi per tentare di affermare le proprie proposte.

Ne scaturisce un evidente paradosso: il referendum è potenzialmente a costo zero per chi non ne ha necessità, mentre diventa costosissimo per chi ne ha bisogno come il pane.
Tornando al conteggio che facevamo sopra, poiché la tariffa dei cancellieri dei Tribunali è in media di 25 euro l’ora, le 1.500 ore necessarie (quando va bene) a raccogliere 30mila firme costano complessivamente una cosa come 37.500 auro: diciamo pure 40mila euro perché qualche tavolo che va male c’è sempre, e perché è sempre necessario un certo margine di firme “di sicurezza”.

Ne consegue che per chiedere ai cittadini di porre un certo argomento all’attenzione del Consiglio Comunale o di abrogare una delibera occorre spendere almeno 40mila euro: il che significa, evidentemente, che prima di spenderli bisogna averli.

E’ o non è, questa, una gigantesca barriera all’entrata per uno strumento che invece dovrebbe essere a disposizione dei cittadini, a maggior ragione se non rappresentati nelle istituzioni?

Per questo noi radicali proponiamo di rendere più fruibili i referendum comunali consentendo che ad autenticare le firme possano essere gli stessi promotori, così come avviene per le delibere di iniziativa popolare: e oltre a ciò chiediamo di introdurre referendum il cui esito sia vincolante per l’amministrazione (quelli attualmente previsti sono soltanto consultivi o abrogativi) e di prevedere la firma online, utilizzando gli strumenti telematici che ormai sono quasi alla portata di tutti.

Perché, chiacchiere a parte (e ce n’è di gente che fa chiacchiere sulla democrazia diretta senza proporre niente), solo con queste riforme gli strumenti di iniziativa popolare diventeranno davvero utilizzabili da parte di chi ne ha bisogno. Mentre adesso sono soltanto un privilegio riservato a chi non sa che farsene.

Ecco come ci stanno rubando il referendum sulle Olimpiadi

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Disclaimer: quello che state per leggere potrebbe sembrare un tantino complicato e noioso. Ma a volte è proprio su questo che puntano, quando ci negano i nostri diritti: la difficoltà di raccontare quello che succede, perché non tutti hanno la pazienza di ascoltare. Perciò, se potete, fate uno sforzo e arrivate fino in fondo: altrimenti finisce che vincono loro.

La nostra storia inizia a marzo di quest’anno. Dopo aver raccolto le prime mille firme, come prescrive l’articolo 10 dello Statuto di Roma Capitale, il 17 marzo 2016 depositiamo il quesito referendario sulle Olimpiadi del 2024, col quale chiediamo che siano i romani a decidere se ritirare la candidatura o confermarla, presso il segretariato del comune.
A partire da allora, come stabilisce l’articolo 8 del Regolamento per gli Istituti di Partecipazione e di Iniziativa Popolare, l’apposita Commissione per i referendum istituita dal comune ha trenta giorni per pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito: cosa che accade in data 18 aprile 2016 e che ci viene notificata il successivo 21 aprile.
Da quel momento abbiamo 30 giorni di tempo per far partire i 3 mesi in cui raccogliere le firme necessarie a indire il referendum, in un numero pari all’uno per cento della popolazione residente accertata nell’anno precedente al deposito, e perciò circa ad altre 30mila firme.

Ci siamo fin qui? Bene, andiamo avanti.

Avendo deciso di iniziare la raccolta a metà maggio, all’inizio del mese predisponiamo i moduli, li stampiamo e li portiamo agli uffici comunali per farli vidimare: ma nonostante i nostri solleciti, per un motivo o per l’altro, i giorni passano ma quei moduli non sono mai pronti.
Così venerdì 13 maggio Riccardo Magi e l’avvocato Francesco Mingiardi si recano nuovamente presso il segretariato, insistono e alla fine viene fuori quello che doveva venire fuori: siccome il CONI ha scritto una lettera al comune, chiedendo che l’ammissibilità del quesito sia rimessa in discussione, il procedimento è da ritenersi sospeso, in attesa che il comune stesso decida il da farsi.

Una fatto abbastanza curioso, in effetti: se si considera che l’articolo 9 del Regolamento di cui vi dicevo recita testualmente così:

In ogni fase del procedimento referendario, il Comitato promotore e il Sindaco possono presentare memorie scritte alla Commissione, e possono essere direttamente ascoltati qualora la Commissione lo ritenga necessario. Nel procedimento referendario non è ammesso l’intervento di altri soggetti.

Ebbene, chi sarebbe il CONI, se non “un altro soggetto” il cui intervento per legge non è ammesso, e che quindi il comune non doveva tenere in alcuna considerazione? Per giunta, lo sottolineo, in un momento nel quale il giudizio della Commissione è stato già formulato e formalizzato, e quindi la questione deve considerarsi definitivamente chiusa.

Invece no. Contro ogni regola, il comune sospende tutto.

Noi, come si conviene in uno stato di diritto, facciamo ricorso al TAR, segnalando l’evidente illegalità della decisione e chiedendo tra l’altro che la questione venga discussa urgentemente, perché la campagna elettorale è in corso e noi vogliamo raccoglierle durante la campagna elettorale, quelle firme: senza contare che spostare tutto più in là farebbe sì che uno dei tre mesi utili per la raccolta diventi agosto, e si sa che ad agosto la gente è in vacanza e raccogliere le firme è molto, molto più difficile.
Il TAR, per tutta risposta, nega quell’urgenza: e con una decisione inappellabile fissa l’udienza all’8 giugno, che per chi si fosse distratto significa immediatamente dopo le elezioni. Quindi: addio alla raccolta firme in campagna elettorale, e prepariamoci (bene che vada) a raccogliere le firme mentre la gente sta al mare.

Bene che vada, dico. Perché nel frattempo, magari qualche giorno prima, la Commissione potrebbe nuovamente riunirsi (quando il procedimento non prevede che possa farlo) ed eventualmente decidere di rimangiarsi l’ammissibilità che aveva dichiarato (di nuovo, contro ogni procedura codificata): di tal che il primo ricorso al TAR, che ci è costato quasi mille euro, sarà carta straccia, e noi dovremo farne un secondo spendendo di nuovo un sacco di quattrini, con non poche probabilità (se l’aria che tira è questa) di vederci perfino dar torto e di dover ricorrere (pagando per la terza volta un sacco di soldi) al Consiglio di Stato.

Morale della favola: i diritti dei cittadini vengono calpestati impunemente e senza colpo ferire, in spregio ad ogni regola, perché c’è qualche potente che fa pressione perché le cose vadano così. E se tanto mi dà tanto, chissà, visto che c’è un precedente potrebbe accadere lo stesso altre volte: potrebbe perfino andare a finire, pensate un po’, che non si riesca più a promuovere alcun referendum, perché sarà sufficiente che qualche pezzo grosso a cui quel referendum non conviene scriva una semplice lettera per bloccare tutto, proprio come sta succedendo in questi giorni.

Ecco, queste sono le condizioni in cui viviamo: non bastano le leggi, anche quando sono più che chiare, per assicurare ai cittadini i diritti che quelle stesse leggi proclamano a parole, ma che le istituzioni incaricate di applicarle sottraggono loro nei fatti.

Noi, come sempre, andremo avanti a fare casino per far sì che invece quei diritti vengano rispettati.

Voi, se avete avuto la pazienza di arrivare fin qua e perciò avete capito l’andazzo, dateci una mano.

Dal governo del popolo al governo dello “staff”

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La candidata M5s a sindaco di Roma Virginia Raggi durante la conferenza stampa nella sede dell'Associazione Stampa Estera, Roma, 25 febbraio 2016. 
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Quindi, vediamo se ho capito: secondo il “CODICE DI COMPORTAMENTO PER I CANDIDATI ED ELETTI DEL MOVIMENTO 5 STELLE ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DI ROMA 2016“, che anche Virginia Raggi ha sottoscritto, “Le proposte di nomina dei collaboratori delle strutture di diretta collaborazione o dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle”.
Questo significa, se l’italiano non è un’opinione, che qualora dovesse essere eletta Sindaco la Raggi non potrà scegliere in autonomia neppure i suoi collaboratori, le cui nomine dovranno essere “approvate” da un non meglio precisato “staff“.
Alle (comprensibilmente) insistenti domande di Alessandro Gilioli, che le chiede i nomi dei membri di questo staff, la Raggi risponde in sequenza:

  • «Sì, eventualmente ve li comunicheremo»;
  • «Le sto dicendo che glieli dirò»;
  • «Non li ricordo a memoria».

Ora, la domanda che sorge spontanea è: i romani potrebbero trovarsi a eleggere un sindaco che non potrà assumere in autonomia neppure i propri collaboratori? Cioè, in estrema sintesi, potrà accadere che la Raggi venga eletta come Sindaco, anche se in realtà a prendere le decisioni saranno altre persone, delle quali, tra l’altro, manco si conoscono i nomi (o, non ho ben capito, “eventualmente” ci saranno comunicati, oppure verranno detti a Gilioli, e che comunque sia la Raggi manco ricorda a memoria)? Se le cose dovessero andare male, con chi dovranno prendersela i romani? Col Sindaco, come sarebbe lecito aspettarsi, oppure con questo fantomatico “staff“, che tra parentesi non è stato eletto da nessuno e non è sottoposto ad alcun meccanismo di fiducia, di controllo e di verifica?
Ma soprattutto: al netto delle lamentazioni che ben conosciamo, delle urla e degli slogan, che diamine di concetto della democrazia bisogna avere, per immaginare di poter davvero governare una città in questo modo?

Quei copioni del Movimento 5 Stelle

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WCENTER 0TQCBJRNDO Paolo Rizzo Ag.Toiati Presentazione candidati del M5S elezioni Sindaco di Roma, Virginia Raggi Paolo Rizzo/Ag.Toiati

Allora, guardate che succede: questo è il video, autoprodotto da noi Radicali e pubblicato sul Corriere a febbraio di quest’anno, che abbiamo usato per pubblicizzare la nostra raccolta firme per il referendum sulle Olimpiadi del 2024:


Come potete agevolmente notare, lo slogan della nostra campagna, ben evidenziato nella scritta che chiude il video e scandito dalla voce narrante, era “Le Olimpiadi i romani le fanno tutti i giorni“.
Ora date un’occhiata alle cartoline del Movimento 5 Stelle che circolano in questi giorni sul web:

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Capito? Non solo stesso identico slogan, ma anche stesso identico concept. Tutto, dico tutto, integralmente copiato da noi.

Ora, amici miei, vi chiedo: che senso ha inneggiare alla correttezza un giorno sì e l’altro pure, autoproclamandosi gli unici onesti, e poi copiare impunemente quello che gli altri hanno faticosamente inventato?
A voi la risposta.

Salvini, l’accoglienza ai rifugiati, i “limiti del possibile” e la riforma che lo smentisce

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Il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, in una immagine del 19 dicembre 2014.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Avrete certamente letto che recentemente il buon Matteo Salvini, durante l’apertura della campagna elettorale di Giorgia Meloni, ha addirittura scomodato il catechismo, sostenendo che l’accoglienza va praticata “nei limiti del possibile“, per concludere che quei limiti sono stati abbondantemente superati e che quindi non dovremmo far entrare più nessuno nei nostri confini.
Ora, tralasciando il fatto (pure non secondario) che il “possibile” è un concetto molto soggettivo, che tra l’altro andrebbe parametrato alla condizione di effettiva disperazione che spinge migliaia di persone a lasciare tutto e partire al solo scopo di sopravvivere, facciamo un gioco: assecondiamo il ragionamento di Salvini e vediamo, ad esempio, cosa succede a Roma.
Ebbene, a Roma succede che l’accoglienza venga praticata, spesso e volentieri, in modo abbastanza singolare: cioè prendendo le persone che arrivano, ammassandole a decine (se non a centinaia) dentro qualche posto fatiscente e spendendo un sacco di soldi (di cui molti vanno alle cooperative che gestiscono il servizio e pochissimi finiscono effettivamente a loro) per tenerle là dentro anni e anni, in condizioni di sostanziale abbandono, senza alcuna attività che favorisca la loro possibilità di integrarsi, di trovare un lavoro e quindi di rendersi autonome.
Succede, perciò, che per un singolo individuo vengano spesi soldi non per un anno, che sarebbe il periodo di tempo ragionevole per insegnargli l’italiano, valorizzare le sue competenze lavorative, inserirlo nel mondo del lavoro, aiutarlo a trovarsi una casa e poi salutarlo, ma magari per dieci: al termine dei quali, immancabilmente, il malcapitato sarà grosso modo nelle stesse condizioni in cui era al suo arrivo, salvo essere nel frattempo finito nella mani di questa o di quell’altra organizzazione criminale pronta a sfruttarlo.
Ciò significa, se l’aritmetica non è un’opinione, che con gli stessi soldi, spesi in modo efficace, anziché una sola persona se ne potrebbero accogliere dieci, per giunta con risultati molto migliori sul piano dell’inclusione sociale e lavorativa.
Tornando a Salvini, appare chiaro che i cosiddetti “limiti del possibile” che egli evoca non sono stati affatto superati: al contrario, si tratta di limiti amplissimi che dobbiamo ancora iniziare a esplorare, visto che a Roma, fino ad oggi, l’accoglienza fatta a regola d’arte continua a essere un’eccezione, e l’accatastamento indiscriminato di esseri umani (a costi altissimi) la regola.
Sul tema noi Radicali abbiamo le idee molto chiare, avendo già raccolto le firme per una delibera d’iniziativa popolare che dovrà essere calendarizzata dalla prossima Assemblea Capitolina, e avendo inserito nel nostro programma una riforma dell’accoglienza ai richiedenti asilo e ai rifugiati che mira proprio a questo: un’accoglienza diffusa, cioè in piccoli gruppi, e integrata, cioè non limitata al solo “accatastamento” ma corredata di attività per promuovere l’autonomia degli assistiti, senza costi aggiuntivi. Cosa che, chiacchiere a parte, consentirebbe di accogliere molte persone in più, e di farlo come si deve.
Con buona pace di Salvini, della Meloni, del catechismo e dei “limiti del possibile”.

Quei consiglieri che spendono e spandono, ma che nessuno conosce

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Facciamo un gioco: fate una ricerchina su Google e provate a scorrere i nomi dei consiglieri comunali di Roma degli ultimi quindici anni, non importa se di maggioranza o di opposizione. Leggeteli con attenzione, soffermatevi il giusto su ognuno di essi e poi provate a dire quanti ne avete sentiti nominare almeno una volta per un’iniziativa, una proposta, una dichiarazione.
Scoprirete, con una certa meraviglia, che ne conoscete sì e no il 20%. Uno su cinque, diciamo. Sugli altri quattro, buio completo.
Ora fate mente locale su un fatto: quei consiglieri, anche quelli che non avete mai sentito nominare, hanno preso migliaia di preferenze per essere eletti. Migliaia, e a volte decine di migliaia. Ragion per cui, la prima domanda è: come fa uno sconosciuto a prendere migliaia di preferenze?
La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: ed è una delle chiavi, forse la più importante, per comprendere a fondo il disastro di questa città.
Il punto è che spesso e volentieri le preferenze si comprano: e la moneta con cui vengono pagate, naturalmente, consiste nei favori che gli eletti prestano ai loro elettori durante la consiliatura.
In estrema sintesi quello che chiamiamo “sistema clientelare” è tutto in questa spiegazione semplice: e la prova del nove della sua esistenza è il fatto che quasi tutti i consiglieri comunali, che una volta eletti guadagneranno poco più di mille euro al mese, spendono decine (se non centinaia) di migliaia di euro per la propria campagna elettorale. Da cui la seconda domanda: chi è così pazzo da investire centinaia di migliaia di euro per occupare una postazione che gliene restituirà soltanto una minima parte?
Voi mi direte: be’, magari si tratta di persone così appassionate di politica, così desiderose di spendersi al servizio della cittadinanza, così sicure dell’importanza del loro apporto per il benessere collettivo da essere disposte a pagare di tasca propria pur di contribuire al bene comune. Cosa che però ci riporta alla domanda iniziale: se le cose stanno davvero così, com’è mai possibile che nessuno conosca questi benefattori del popolo?
La realtà, quella vera, ci è stata mostrata in modo impietoso dall’inchiesta “mafia capitale”, ed è più o meno questa: il problema è proprio il sistema basato sulle preferenze, che consente, anzi incoraggia, comportamenti clientelari come quelli che vi ho appena descritto. E che prima o poi dovremo eliminare, magari sostituendolo con un sistema di collegi uninominali, se vogliamo davvero sconfiggere la piaga che chiamiamo voto di scambio.
E non limitarci, come fanno alcuni, a strillare scompostamente “onestà”.

Alfio, ma che stai a di’?

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Il candidato a sindaco di Roma Alfio Marchini durante la convention 'La prossima Roma', Roma, 28 novembre 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

Dichiarazione di Riccardo Magi, Segretario di Radicali Italiani e capolista al Comune della lista “Radicali” a Roma e di Alessandro Capriccioli, Segretario di Radicali Roma e candidato al Comune.

Ascoltando le parole di Marchini sull’uso delle droghe leggere verrebbe proprio da dire: Alfio, ma che stai a di’?
Le sue dichiarazioni prive di fondamento scientifico sull’uso della cannabis sono un segno di irresponsabilità, grave per un candidato che si presenta come fuori dagli schemi e con proposte ragionevoli. Ma sono anche un enorme favore alle associazioni criminali che traggono profitto dal narcotraffico e dalle politiche proibizioniste. Roma, come le altre grandi città italiane, ha dei quartieri-ghetto in cui la liberalizzazione di tutte le droghe è già realtà. Lo spaccio infatti è libero, a ogni ora del giorno e della notte, per chiunque: minori e adulti. E’ proprio per contrastare questo mercato illegale di sostanze incontrollate, e perciò dannose, che noi Radicali insieme all’Associazione Luca Coscioni stiamo raccogliendo in tutta Italia le firme su una proposta di legge di iniziativa popolare per la regolamentazione legale della cannabis e dei suoi derivati. Decenni di politiche repressive hanno causato enormi danni alla salute dei cittadini, alla giustizia e all’economia. Il mercato delle droghe è il terzo al mondo per fatturato, dopo quello alimentare e dell’energia. Solo in Europa vale 24 miliardi l’anno, di cui la parte più consistente è rappresentata proprio dalla cannabis. Se nell’Unione europea venisse legalizzata si sottrarrebbero alla criminalità organizzata quasi 13 miliardi l’anno. Solo legalizzando si toglie mercato alle mafie e si proteggono i cittadini: nella nostra proposta, ad esempio, la vendita e il consumo sono vietate ai minorenni, inoltre non è possibile vendere cannabis nei pressi delle scuole e buona parte degli introiti sono re-investiti in campagne per l’informazione su un uso consapevole. I cittadini si tutelano con regole certe e definite, non alimentando pregiudizi e falsi miti.

Da Zingaretti solo propaganda

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Dichiarazione di Riccardo Magi, Segretario di Radicali Italiani, e di Alessandro Capriccioli, Segretario di Radicali Roma.

Continua il teatrino della Regione Lazio, che in questi tre anni sulla questione rifiuti non ha prodotto assolutamente nulla. Ieri siamo arrivati all’assurdo: il Presidente Zingaretti, durante una conferenza stampa tenuta insieme all’assessore Buschini, ha addirittura dichiarato che il Lazio avrebbe raggiunto l’autosufficienza impiantistica. Se così fosse, perché la Commissione europea non ha ancora chiuso la procedura di infrazione 2011_4021, contenzioso che molto probabilmente ci porterà a una seconda sentenza di condanna da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea con conseguenti multe da pagare? Se così fosse, perché il Tar, con la sentenza 02902/2016, ha ordinato alla Regione Lazio di individuare entro 180 giorni la rete integrata e adeguata di impianti in ambito regionale, tra cui le discariche per lo smaltimento dei rifiuti speciali del trattamento dei rifiuti urbani? Se così fosse, perché sempre il Tar, con la sentenza numero 00011/2016, ha dichiarato corretta la procedura AMA per portare i rifiuti in Germania, poiché la Regione Lazio non garantisce il principio di prossimità per l’impiantistica necessaria a chiudere il ciclo dei rifiuti? Un’ultima considerazione, poi, occorre farla sui toni trionfalistici usati per quanto riguarda la raccolta differenziata: affermare che è un successo aver raggiunto in ambito regionale poco più del 30% vuol dire dimenticare che l’articolo 205 del D.Lgs 152/2006 prevedeva di raggiungere il 65% nel 2012 e non nel 2020. Questi sono i fatti, il resto è propaganda.

Rifiuti: l’Assessore Buschini risponda

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In-Italia-è-emergenza-rifiuti

Dichiarazione di Alessandro Capriccioli, Segretario di Radicali Roma.

L’immobilismo della Regione Lazio in materia dei rifiuti continua, tanto è vero che a parte le roboanti dichiarazioni di illustri esponenti della Giunta Zingaretti, in tre anni nulla è stato fatto. Basti pensare che la procedura di infrazione 2011_4021 è ancora pendente nonostante sia già giunta una condanna della Corte di giustizia dell’Unione europea. La sentenza del 15 ottobre 2014, infatti, censura la Regione Lazio per non aver creato di una rete integrata ed adeguata di impianti di gestione dei rifiuti. Mancanza sottolineata anche dal Tar sul ricorso riguardante Rida Ambiente. Appare chiaro, quindi, che il presidente Zingaretti e l’assessore Buschini non possano più perdere tempo giacché una seconda condanna della Corte di giustizia comporterebbe il pagamento di elevate sanzioni pecuniarie. Multe che, sempre sulla questione rifiuti, sono già arrivate al nostro Paese conseguentemente alle discariche abusive non bonificate. L’Italia infatti, ad oggi, ha pagato alla Commissione europea 113.2 milioni di euro per 200 siti non a norma. Di questi 21 sono nel Lazio, e dal dicembre 2014 ad oggi ne sono stati bonificati solamente 6. Motivo per cui, nel silenzio generale, il MEF ad inizio aprile 2016 ha scritto al Presidente Zingaretti poiché il Governo, attivando il principio di rivalsa, pretende anche dalla Regione Lazio i soldi che lo Stato ha anticipato per la condanna sulle discariche abusive. La cifra, per ora, come quota parte della sanzione complessiva ammonterebbe a circa 11 milioni e 400 mila euro ma purtroppo nessuno ne parla.

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