il blog di alessandro capriccioli

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Accogliamoci

I rom non si vogliono integrare? No, non devono essere integrati

in politica da
nomadi

Fermo restando il garantismo, e perciò la sacrosanta necessità di attendere gli esiti dei processi prima di pronunciarsi sui singoli individui, il quadro che emerge dalla nuova indagine per corruzione relativa alla gestione dei campi rom nella capitale è piuttosto chiaro, e altrettanto inquietante.
E’ un quadro in cui è dipinto in modo nitido il perseguimento degli interessi privati di dirigenti, funzionari e impiegati comunali, di professionisti, di imprenditori, di associazioni, e in cui, significativamente, sono del tutto assenti gli unici che di quegli interessi erano legittimamente titolari, vale a dire i rom.
Diventa un’impresa molto difficile, con questo quadro davanti agli occhi, ripetere con un minimo di convinzione e credibilità il mantra logoro del “non vogliono integrarsi”: non soltanto perché, a quanto pare, tutti gli strumenti che avrebbero dovuto favorire quell’integrazione sono stati sistematicamente distorti e utilizzati per perseguire arricchimenti illeciti di vario genere; ma anche, e direi soprattutto, per l’elementare considerazione in base alla quale la mancata integrazione dei rom costituiva la pietra angolare del meccanismo, garantendo nei fatti la sopravvivenza di un sistema, quello della segregazione nei campi, che evidentemente era straordinariamente lucroso per moltissimi attori.
Il punto, a bocce ferme, non è quindi che “i rom non vogliono integrarsi”: ma piuttosto che per mantenere vivo quel sistema, e quindi continuare a percepirne gli “utili”, è sempre stato necessario evitare a tutti i costi che si integrassero.
Il che, ne converrete, sposta decisamente l’orizzonte delle valutazioni dal piano antropologico, quello che tende a decretare la non integrabilità dei rom sulla base di fantomatici criteri etnici, a quello eminentemente politico, che dovrebbe condurre all’elaborazione di riforme radicali per superare il sistema dei campi a beneficio di misure diverse, meno “appetibili” per le dinamiche corruttive e quindi, ovviamente, più efficaci.
Noi radicali quelle riforme le abbiamo chiare: per averle elaborate, codificate, proposte ai romani con il titolo “Accogliamoci” e depositate in Campidoglio corredate da più di seimila firme: con la speranza che il prossimo Consiglio Comunale si ricordi da un lato che è suo preciso dovere calendarizzarle e discuterle subito, e dall’altro che sarebbe anche il caso di approvarle.
A meno di non volerci ritrovare, tra una decina d’anni, davanti allo stesso quadro di oggi: ugualmente inquietante, anche se magari con personaggi diversi.

Salvini, l’accoglienza ai rifugiati, i “limiti del possibile” e la riforma che lo smentisce

in politica da
Il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, in una immagine del 19 dicembre 2014.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Avrete certamente letto che recentemente il buon Matteo Salvini, durante l’apertura della campagna elettorale di Giorgia Meloni, ha addirittura scomodato il catechismo, sostenendo che l’accoglienza va praticata “nei limiti del possibile“, per concludere che quei limiti sono stati abbondantemente superati e che quindi non dovremmo far entrare più nessuno nei nostri confini.
Ora, tralasciando il fatto (pure non secondario) che il “possibile” è un concetto molto soggettivo, che tra l’altro andrebbe parametrato alla condizione di effettiva disperazione che spinge migliaia di persone a lasciare tutto e partire al solo scopo di sopravvivere, facciamo un gioco: assecondiamo il ragionamento di Salvini e vediamo, ad esempio, cosa succede a Roma.
Ebbene, a Roma succede che l’accoglienza venga praticata, spesso e volentieri, in modo abbastanza singolare: cioè prendendo le persone che arrivano, ammassandole a decine (se non a centinaia) dentro qualche posto fatiscente e spendendo un sacco di soldi (di cui molti vanno alle cooperative che gestiscono il servizio e pochissimi finiscono effettivamente a loro) per tenerle là dentro anni e anni, in condizioni di sostanziale abbandono, senza alcuna attività che favorisca la loro possibilità di integrarsi, di trovare un lavoro e quindi di rendersi autonome.
Succede, perciò, che per un singolo individuo vengano spesi soldi non per un anno, che sarebbe il periodo di tempo ragionevole per insegnargli l’italiano, valorizzare le sue competenze lavorative, inserirlo nel mondo del lavoro, aiutarlo a trovarsi una casa e poi salutarlo, ma magari per dieci: al termine dei quali, immancabilmente, il malcapitato sarà grosso modo nelle stesse condizioni in cui era al suo arrivo, salvo essere nel frattempo finito nella mani di questa o di quell’altra organizzazione criminale pronta a sfruttarlo.
Ciò significa, se l’aritmetica non è un’opinione, che con gli stessi soldi, spesi in modo efficace, anziché una sola persona se ne potrebbero accogliere dieci, per giunta con risultati molto migliori sul piano dell’inclusione sociale e lavorativa.
Tornando a Salvini, appare chiaro che i cosiddetti “limiti del possibile” che egli evoca non sono stati affatto superati: al contrario, si tratta di limiti amplissimi che dobbiamo ancora iniziare a esplorare, visto che a Roma, fino ad oggi, l’accoglienza fatta a regola d’arte continua a essere un’eccezione, e l’accatastamento indiscriminato di esseri umani (a costi altissimi) la regola.
Sul tema noi Radicali abbiamo le idee molto chiare, avendo già raccolto le firme per una delibera d’iniziativa popolare che dovrà essere calendarizzata dalla prossima Assemblea Capitolina, e avendo inserito nel nostro programma una riforma dell’accoglienza ai richiedenti asilo e ai rifugiati che mira proprio a questo: un’accoglienza diffusa, cioè in piccoli gruppi, e integrata, cioè non limitata al solo “accatastamento” ma corredata di attività per promuovere l’autonomia degli assistiti, senza costi aggiuntivi. Cosa che, chiacchiere a parte, consentirebbe di accogliere molte persone in più, e di farlo come si deve.
Con buona pace di Salvini, della Meloni, del catechismo e dei “limiti del possibile”.

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