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Ecco come ci stanno rubando il referendum sulle Olimpiadi

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Disclaimer: quello che state per leggere potrebbe sembrare un tantino complicato e noioso. Ma a volte è proprio su questo che puntano, quando ci negano i nostri diritti: la difficoltà di raccontare quello che succede, perché non tutti hanno la pazienza di ascoltare. Perciò, se potete, fate uno sforzo e arrivate fino in fondo: altrimenti finisce che vincono loro.

La nostra storia inizia a marzo di quest’anno. Dopo aver raccolto le prime mille firme, come prescrive l’articolo 10 dello Statuto di Roma Capitale, il 17 marzo 2016 depositiamo il quesito referendario sulle Olimpiadi del 2024, col quale chiediamo che siano i romani a decidere se ritirare la candidatura o confermarla, presso il segretariato del comune.
A partire da allora, come stabilisce l’articolo 8 del Regolamento per gli Istituti di Partecipazione e di Iniziativa Popolare, l’apposita Commissione per i referendum istituita dal comune ha trenta giorni per pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito: cosa che accade in data 18 aprile 2016 e che ci viene notificata il successivo 21 aprile.
Da quel momento abbiamo 30 giorni di tempo per far partire i 3 mesi in cui raccogliere le firme necessarie a indire il referendum, in un numero pari all’uno per cento della popolazione residente accertata nell’anno precedente al deposito, e perciò circa ad altre 30mila firme.

Ci siamo fin qui? Bene, andiamo avanti.

Avendo deciso di iniziare la raccolta a metà maggio, all’inizio del mese predisponiamo i moduli, li stampiamo e li portiamo agli uffici comunali per farli vidimare: ma nonostante i nostri solleciti, per un motivo o per l’altro, i giorni passano ma quei moduli non sono mai pronti.
Così venerdì 13 maggio Riccardo Magi e l’avvocato Francesco Mingiardi si recano nuovamente presso il segretariato, insistono e alla fine viene fuori quello che doveva venire fuori: siccome il CONI ha scritto una lettera al comune, chiedendo che l’ammissibilità del quesito sia rimessa in discussione, il procedimento è da ritenersi sospeso, in attesa che il comune stesso decida il da farsi.

Una fatto abbastanza curioso, in effetti: se si considera che l’articolo 9 del Regolamento di cui vi dicevo recita testualmente così:

In ogni fase del procedimento referendario, il Comitato promotore e il Sindaco possono presentare memorie scritte alla Commissione, e possono essere direttamente ascoltati qualora la Commissione lo ritenga necessario. Nel procedimento referendario non è ammesso l’intervento di altri soggetti.

Ebbene, chi sarebbe il CONI, se non “un altro soggetto” il cui intervento per legge non è ammesso, e che quindi il comune non doveva tenere in alcuna considerazione? Per giunta, lo sottolineo, in un momento nel quale il giudizio della Commissione è stato già formulato e formalizzato, e quindi la questione deve considerarsi definitivamente chiusa.

Invece no. Contro ogni regola, il comune sospende tutto.

Noi, come si conviene in uno stato di diritto, facciamo ricorso al TAR, segnalando l’evidente illegalità della decisione e chiedendo tra l’altro che la questione venga discussa urgentemente, perché la campagna elettorale è in corso e noi vogliamo raccoglierle durante la campagna elettorale, quelle firme: senza contare che spostare tutto più in là farebbe sì che uno dei tre mesi utili per la raccolta diventi agosto, e si sa che ad agosto la gente è in vacanza e raccogliere le firme è molto, molto più difficile.
Il TAR, per tutta risposta, nega quell’urgenza: e con una decisione inappellabile fissa l’udienza all’8 giugno, che per chi si fosse distratto significa immediatamente dopo le elezioni. Quindi: addio alla raccolta firme in campagna elettorale, e prepariamoci (bene che vada) a raccogliere le firme mentre la gente sta al mare.

Bene che vada, dico. Perché nel frattempo, magari qualche giorno prima, la Commissione potrebbe nuovamente riunirsi (quando il procedimento non prevede che possa farlo) ed eventualmente decidere di rimangiarsi l’ammissibilità che aveva dichiarato (di nuovo, contro ogni procedura codificata): di tal che il primo ricorso al TAR, che ci è costato quasi mille euro, sarà carta straccia, e noi dovremo farne un secondo spendendo di nuovo un sacco di quattrini, con non poche probabilità (se l’aria che tira è questa) di vederci perfino dar torto e di dover ricorrere (pagando per la terza volta un sacco di soldi) al Consiglio di Stato.

Morale della favola: i diritti dei cittadini vengono calpestati impunemente e senza colpo ferire, in spregio ad ogni regola, perché c’è qualche potente che fa pressione perché le cose vadano così. E se tanto mi dà tanto, chissà, visto che c’è un precedente potrebbe accadere lo stesso altre volte: potrebbe perfino andare a finire, pensate un po’, che non si riesca più a promuovere alcun referendum, perché sarà sufficiente che qualche pezzo grosso a cui quel referendum non conviene scriva una semplice lettera per bloccare tutto, proprio come sta succedendo in questi giorni.

Ecco, queste sono le condizioni in cui viviamo: non bastano le leggi, anche quando sono più che chiare, per assicurare ai cittadini i diritti che quelle stesse leggi proclamano a parole, ma che le istituzioni incaricate di applicarle sottraggono loro nei fatti.

Noi, come sempre, andremo avanti a fare casino per far sì che invece quei diritti vengano rispettati.

Voi, se avete avuto la pazienza di arrivare fin qua e perciò avete capito l’andazzo, dateci una mano.

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