il blog di alessandro capriccioli

Tag archive

democrazia diretta

I referendum comunali: un privilegio riservato a chi non sa che farsene

in politica da
Si-referendum

Oggi, se avete tempo, facciamo due conti.
A Roma indire un referendum comunale significa dover raccogliere una cosa come 30mila firme (l’uno per cento della popolazione residente accertata nell’anno precedente).
Ora, chi ha fatto almeno un tavolo in vita sua sa bene una cosa: a meno che non si proponga birra gratis per tutti e rutto libero, raccogliere venti firme l’ora è un risultato più che soddisfacente. Il che implica, se l’aritmetica non è un’opinione, che per mettere insieme 30mila firme servono grosso modo (e quando va bene) 1.500 ore.

Senonché, le firme debbono essere autenticate. E quindi la domanda da porci per proseguire il ragionamento è la seguente: chi sono i soggetti abilitati ad autenticare le firme?
Prima di tutto i consiglieri comunali, nonché i presidenti e i vice presidenti dei consigli circoscrizionali; poi i funzionari e gli impiegati comunali che siano stati autorizzati dal Sindaco; quindi i notai e i cancellieri del Tribunale: i quali ultimi, tuttavia, non autenticano le firme gratis, ma a pagamento.

Ora, riflettiamo insieme su un fattro: i movimenti politici che dispongono di molti consiglieri comunali, i quali sono abilitati all’autentica e lo fanno gratuitamente, sono anche quelli cui meno degli altri è necessario lo strumento referendario, poiché per calendarizzare o abrogare provvedimenti possono già contare sulla presenza nell’assemblea elettiva; mentre gli strumenti di partecipazione popolare sono di gran lunga più importanti per chi quei rappresentanti nelle istituzioni non li ha, e quindi non può disporre di altri mezzi per tentare di affermare le proprie proposte.

Ne scaturisce un evidente paradosso: il referendum è potenzialmente a costo zero per chi non ne ha necessità, mentre diventa costosissimo per chi ne ha bisogno come il pane.
Tornando al conteggio che facevamo sopra, poiché la tariffa dei cancellieri dei Tribunali è in media di 25 euro l’ora, le 1.500 ore necessarie (quando va bene) a raccogliere 30mila firme costano complessivamente una cosa come 37.500 auro: diciamo pure 40mila euro perché qualche tavolo che va male c’è sempre, e perché è sempre necessario un certo margine di firme “di sicurezza”.

Ne consegue che per chiedere ai cittadini di porre un certo argomento all’attenzione del Consiglio Comunale o di abrogare una delibera occorre spendere almeno 40mila euro: il che significa, evidentemente, che prima di spenderli bisogna averli.

E’ o non è, questa, una gigantesca barriera all’entrata per uno strumento che invece dovrebbe essere a disposizione dei cittadini, a maggior ragione se non rappresentati nelle istituzioni?

Per questo noi radicali proponiamo di rendere più fruibili i referendum comunali consentendo che ad autenticare le firme possano essere gli stessi promotori, così come avviene per le delibere di iniziativa popolare: e oltre a ciò chiediamo di introdurre referendum il cui esito sia vincolante per l’amministrazione (quelli attualmente previsti sono soltanto consultivi o abrogativi) e di prevedere la firma online, utilizzando gli strumenti telematici che ormai sono quasi alla portata di tutti.

Perché, chiacchiere a parte (e ce n’è di gente che fa chiacchiere sulla democrazia diretta senza proporre niente), solo con queste riforme gli strumenti di iniziativa popolare diventeranno davvero utilizzabili da parte di chi ne ha bisogno. Mentre adesso sono soltanto un privilegio riservato a chi non sa che farsene.

Vai a Top