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Salvini, l’accoglienza ai rifugiati, i “limiti del possibile” e la riforma che lo smentisce

in politica da
Il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, in una immagine del 19 dicembre 2014.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Avrete certamente letto che recentemente il buon Matteo Salvini, durante l’apertura della campagna elettorale di Giorgia Meloni, ha addirittura scomodato il catechismo, sostenendo che l’accoglienza va praticata “nei limiti del possibile“, per concludere che quei limiti sono stati abbondantemente superati e che quindi non dovremmo far entrare più nessuno nei nostri confini.
Ora, tralasciando il fatto (pure non secondario) che il “possibile” è un concetto molto soggettivo, che tra l’altro andrebbe parametrato alla condizione di effettiva disperazione che spinge migliaia di persone a lasciare tutto e partire al solo scopo di sopravvivere, facciamo un gioco: assecondiamo il ragionamento di Salvini e vediamo, ad esempio, cosa succede a Roma.
Ebbene, a Roma succede che l’accoglienza venga praticata, spesso e volentieri, in modo abbastanza singolare: cioè prendendo le persone che arrivano, ammassandole a decine (se non a centinaia) dentro qualche posto fatiscente e spendendo un sacco di soldi (di cui molti vanno alle cooperative che gestiscono il servizio e pochissimi finiscono effettivamente a loro) per tenerle là dentro anni e anni, in condizioni di sostanziale abbandono, senza alcuna attività che favorisca la loro possibilità di integrarsi, di trovare un lavoro e quindi di rendersi autonome.
Succede, perciò, che per un singolo individuo vengano spesi soldi non per un anno, che sarebbe il periodo di tempo ragionevole per insegnargli l’italiano, valorizzare le sue competenze lavorative, inserirlo nel mondo del lavoro, aiutarlo a trovarsi una casa e poi salutarlo, ma magari per dieci: al termine dei quali, immancabilmente, il malcapitato sarà grosso modo nelle stesse condizioni in cui era al suo arrivo, salvo essere nel frattempo finito nella mani di questa o di quell’altra organizzazione criminale pronta a sfruttarlo.
Ciò significa, se l’aritmetica non è un’opinione, che con gli stessi soldi, spesi in modo efficace, anziché una sola persona se ne potrebbero accogliere dieci, per giunta con risultati molto migliori sul piano dell’inclusione sociale e lavorativa.
Tornando a Salvini, appare chiaro che i cosiddetti “limiti del possibile” che egli evoca non sono stati affatto superati: al contrario, si tratta di limiti amplissimi che dobbiamo ancora iniziare a esplorare, visto che a Roma, fino ad oggi, l’accoglienza fatta a regola d’arte continua a essere un’eccezione, e l’accatastamento indiscriminato di esseri umani (a costi altissimi) la regola.
Sul tema noi Radicali abbiamo le idee molto chiare, avendo già raccolto le firme per una delibera d’iniziativa popolare che dovrà essere calendarizzata dalla prossima Assemblea Capitolina, e avendo inserito nel nostro programma una riforma dell’accoglienza ai richiedenti asilo e ai rifugiati che mira proprio a questo: un’accoglienza diffusa, cioè in piccoli gruppi, e integrata, cioè non limitata al solo “accatastamento” ma corredata di attività per promuovere l’autonomia degli assistiti, senza costi aggiuntivi. Cosa che, chiacchiere a parte, consentirebbe di accogliere molte persone in più, e di farlo come si deve.
Con buona pace di Salvini, della Meloni, del catechismo e dei “limiti del possibile”.

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