il blog di alessandro capriccioli

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Cara Virginia, così so’ bboni tutti

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Senonché, ho sempre pensato una cosa: chi dice che ogni nefandezza potrà essere abrogata solo se governerà lui, salvo lasciar andare le cose in malora finché ciò non accada, compie un gesto due volte irresponsabile. Primo, perché il “tanto peggio tanto meglio” è utilissimo per legittimare chi lo declina, ma lo è molto meno per i cittadini; secondo, perché alcuni risultati si possono ottenere anche essendo una minoranza, e rifiutarsi di aiutare chi prova a realizzarli è un gesto presuntuoso e fine a se stesso.

Prendete le Olimpiadi, ad esempio. Fa un bel dire, la Raggi, che il solo pensarci sarebbe un atto addirittura “criminale“: se la pensa davvero così, però, perché non ci ha mai dato una mano a raccogliere le firme per il referendum, e perché non si è schierata dalla nostra parte quando il CONI ha provato a fermarlo? Insomma, cos’è che vuole davvero: impedire le Olimpiadi per perseguire il bene dei cittadini o accreditarsi come l’unico soggetto titolato a farlo, perseguendo solo il proprio e guardandosi bene dal riconoscere i meriti di chi non si è limitato a chiacchierare, ma si è rimboccato le maniche da mesi per fare quello che si poteva fare?

Dov’era, la Raggi, quando abbiamo stampato i moduli, quando ci siamo messi coi tavoli per strada a raccogliere le firme, quando abbiamo faticosamente raccolto i soldi per promuovere il referendum, quando abbiamo depositato il quesito, quando abbiamo fronteggiato l’attacco di chi voleva impedire ai cittadini di pronunciarsi spendendo altri soldi per un ricorso al TAR e mettendoci in piedi e in silenzio davanti al Campidoglio con una penna in mano?

Era là, probabilmente, a blaterare che se lei diventerà Sindaco le Olimpiadi non si faranno. E se invece non lo diventerà? Beh, è semplice: in questo caso chissenefrega. Delle Olimpiadi e dei cittadini.

Scusami tanto, Virgi’: ma, come si dice a Roma, così so’ bboni tutti.

I referendum comunali: un privilegio riservato a chi non sa che farsene

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Oggi, se avete tempo, facciamo due conti.
A Roma indire un referendum comunale significa dover raccogliere una cosa come 30mila firme (l’uno per cento della popolazione residente accertata nell’anno precedente).
Ora, chi ha fatto almeno un tavolo in vita sua sa bene una cosa: a meno che non si proponga birra gratis per tutti e rutto libero, raccogliere venti firme l’ora è un risultato più che soddisfacente. Il che implica, se l’aritmetica non è un’opinione, che per mettere insieme 30mila firme servono grosso modo (e quando va bene) 1.500 ore.

Senonché, le firme debbono essere autenticate. E quindi la domanda da porci per proseguire il ragionamento è la seguente: chi sono i soggetti abilitati ad autenticare le firme?
Prima di tutto i consiglieri comunali, nonché i presidenti e i vice presidenti dei consigli circoscrizionali; poi i funzionari e gli impiegati comunali che siano stati autorizzati dal Sindaco; quindi i notai e i cancellieri del Tribunale: i quali ultimi, tuttavia, non autenticano le firme gratis, ma a pagamento.

Ora, riflettiamo insieme su un fattro: i movimenti politici che dispongono di molti consiglieri comunali, i quali sono abilitati all’autentica e lo fanno gratuitamente, sono anche quelli cui meno degli altri è necessario lo strumento referendario, poiché per calendarizzare o abrogare provvedimenti possono già contare sulla presenza nell’assemblea elettiva; mentre gli strumenti di partecipazione popolare sono di gran lunga più importanti per chi quei rappresentanti nelle istituzioni non li ha, e quindi non può disporre di altri mezzi per tentare di affermare le proprie proposte.

Ne scaturisce un evidente paradosso: il referendum è potenzialmente a costo zero per chi non ne ha necessità, mentre diventa costosissimo per chi ne ha bisogno come il pane.
Tornando al conteggio che facevamo sopra, poiché la tariffa dei cancellieri dei Tribunali è in media di 25 euro l’ora, le 1.500 ore necessarie (quando va bene) a raccogliere 30mila firme costano complessivamente una cosa come 37.500 auro: diciamo pure 40mila euro perché qualche tavolo che va male c’è sempre, e perché è sempre necessario un certo margine di firme “di sicurezza”.

Ne consegue che per chiedere ai cittadini di porre un certo argomento all’attenzione del Consiglio Comunale o di abrogare una delibera occorre spendere almeno 40mila euro: il che significa, evidentemente, che prima di spenderli bisogna averli.

E’ o non è, questa, una gigantesca barriera all’entrata per uno strumento che invece dovrebbe essere a disposizione dei cittadini, a maggior ragione se non rappresentati nelle istituzioni?

Per questo noi radicali proponiamo di rendere più fruibili i referendum comunali consentendo che ad autenticare le firme possano essere gli stessi promotori, così come avviene per le delibere di iniziativa popolare: e oltre a ciò chiediamo di introdurre referendum il cui esito sia vincolante per l’amministrazione (quelli attualmente previsti sono soltanto consultivi o abrogativi) e di prevedere la firma online, utilizzando gli strumenti telematici che ormai sono quasi alla portata di tutti.

Perché, chiacchiere a parte (e ce n’è di gente che fa chiacchiere sulla democrazia diretta senza proporre niente), solo con queste riforme gli strumenti di iniziativa popolare diventeranno davvero utilizzabili da parte di chi ne ha bisogno. Mentre adesso sono soltanto un privilegio riservato a chi non sa che farsene.

Ecco come ci stanno rubando il referendum sulle Olimpiadi

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Disclaimer: quello che state per leggere potrebbe sembrare un tantino complicato e noioso. Ma a volte è proprio su questo che puntano, quando ci negano i nostri diritti: la difficoltà di raccontare quello che succede, perché non tutti hanno la pazienza di ascoltare. Perciò, se potete, fate uno sforzo e arrivate fino in fondo: altrimenti finisce che vincono loro.

La nostra storia inizia a marzo di quest’anno. Dopo aver raccolto le prime mille firme, come prescrive l’articolo 10 dello Statuto di Roma Capitale, il 17 marzo 2016 depositiamo il quesito referendario sulle Olimpiadi del 2024, col quale chiediamo che siano i romani a decidere se ritirare la candidatura o confermarla, presso il segretariato del comune.
A partire da allora, come stabilisce l’articolo 8 del Regolamento per gli Istituti di Partecipazione e di Iniziativa Popolare, l’apposita Commissione per i referendum istituita dal comune ha trenta giorni per pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito: cosa che accade in data 18 aprile 2016 e che ci viene notificata il successivo 21 aprile.
Da quel momento abbiamo 30 giorni di tempo per far partire i 3 mesi in cui raccogliere le firme necessarie a indire il referendum, in un numero pari all’uno per cento della popolazione residente accertata nell’anno precedente al deposito, e perciò circa ad altre 30mila firme.

Ci siamo fin qui? Bene, andiamo avanti.

Avendo deciso di iniziare la raccolta a metà maggio, all’inizio del mese predisponiamo i moduli, li stampiamo e li portiamo agli uffici comunali per farli vidimare: ma nonostante i nostri solleciti, per un motivo o per l’altro, i giorni passano ma quei moduli non sono mai pronti.
Così venerdì 13 maggio Riccardo Magi e l’avvocato Francesco Mingiardi si recano nuovamente presso il segretariato, insistono e alla fine viene fuori quello che doveva venire fuori: siccome il CONI ha scritto una lettera al comune, chiedendo che l’ammissibilità del quesito sia rimessa in discussione, il procedimento è da ritenersi sospeso, in attesa che il comune stesso decida il da farsi.

Una fatto abbastanza curioso, in effetti: se si considera che l’articolo 9 del Regolamento di cui vi dicevo recita testualmente così:

In ogni fase del procedimento referendario, il Comitato promotore e il Sindaco possono presentare memorie scritte alla Commissione, e possono essere direttamente ascoltati qualora la Commissione lo ritenga necessario. Nel procedimento referendario non è ammesso l’intervento di altri soggetti.

Ebbene, chi sarebbe il CONI, se non “un altro soggetto” il cui intervento per legge non è ammesso, e che quindi il comune non doveva tenere in alcuna considerazione? Per giunta, lo sottolineo, in un momento nel quale il giudizio della Commissione è stato già formulato e formalizzato, e quindi la questione deve considerarsi definitivamente chiusa.

Invece no. Contro ogni regola, il comune sospende tutto.

Noi, come si conviene in uno stato di diritto, facciamo ricorso al TAR, segnalando l’evidente illegalità della decisione e chiedendo tra l’altro che la questione venga discussa urgentemente, perché la campagna elettorale è in corso e noi vogliamo raccoglierle durante la campagna elettorale, quelle firme: senza contare che spostare tutto più in là farebbe sì che uno dei tre mesi utili per la raccolta diventi agosto, e si sa che ad agosto la gente è in vacanza e raccogliere le firme è molto, molto più difficile.
Il TAR, per tutta risposta, nega quell’urgenza: e con una decisione inappellabile fissa l’udienza all’8 giugno, che per chi si fosse distratto significa immediatamente dopo le elezioni. Quindi: addio alla raccolta firme in campagna elettorale, e prepariamoci (bene che vada) a raccogliere le firme mentre la gente sta al mare.

Bene che vada, dico. Perché nel frattempo, magari qualche giorno prima, la Commissione potrebbe nuovamente riunirsi (quando il procedimento non prevede che possa farlo) ed eventualmente decidere di rimangiarsi l’ammissibilità che aveva dichiarato (di nuovo, contro ogni procedura codificata): di tal che il primo ricorso al TAR, che ci è costato quasi mille euro, sarà carta straccia, e noi dovremo farne un secondo spendendo di nuovo un sacco di quattrini, con non poche probabilità (se l’aria che tira è questa) di vederci perfino dar torto e di dover ricorrere (pagando per la terza volta un sacco di soldi) al Consiglio di Stato.

Morale della favola: i diritti dei cittadini vengono calpestati impunemente e senza colpo ferire, in spregio ad ogni regola, perché c’è qualche potente che fa pressione perché le cose vadano così. E se tanto mi dà tanto, chissà, visto che c’è un precedente potrebbe accadere lo stesso altre volte: potrebbe perfino andare a finire, pensate un po’, che non si riesca più a promuovere alcun referendum, perché sarà sufficiente che qualche pezzo grosso a cui quel referendum non conviene scriva una semplice lettera per bloccare tutto, proprio come sta succedendo in questi giorni.

Ecco, queste sono le condizioni in cui viviamo: non bastano le leggi, anche quando sono più che chiare, per assicurare ai cittadini i diritti che quelle stesse leggi proclamano a parole, ma che le istituzioni incaricate di applicarle sottraggono loro nei fatti.

Noi, come sempre, andremo avanti a fare casino per far sì che invece quei diritti vengano rispettati.

Voi, se avete avuto la pazienza di arrivare fin qua e perciò avete capito l’andazzo, dateci una mano.

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