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I rom non si vogliono integrare? No, non devono essere integrati

in politica da
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Fermo restando il garantismo, e perciò la sacrosanta necessità di attendere gli esiti dei processi prima di pronunciarsi sui singoli individui, il quadro che emerge dalla nuova indagine per corruzione relativa alla gestione dei campi rom nella capitale è piuttosto chiaro, e altrettanto inquietante.
E’ un quadro in cui è dipinto in modo nitido il perseguimento degli interessi privati di dirigenti, funzionari e impiegati comunali, di professionisti, di imprenditori, di associazioni, e in cui, significativamente, sono del tutto assenti gli unici che di quegli interessi erano legittimamente titolari, vale a dire i rom.
Diventa un’impresa molto difficile, con questo quadro davanti agli occhi, ripetere con un minimo di convinzione e credibilità il mantra logoro del “non vogliono integrarsi”: non soltanto perché, a quanto pare, tutti gli strumenti che avrebbero dovuto favorire quell’integrazione sono stati sistematicamente distorti e utilizzati per perseguire arricchimenti illeciti di vario genere; ma anche, e direi soprattutto, per l’elementare considerazione in base alla quale la mancata integrazione dei rom costituiva la pietra angolare del meccanismo, garantendo nei fatti la sopravvivenza di un sistema, quello della segregazione nei campi, che evidentemente era straordinariamente lucroso per moltissimi attori.
Il punto, a bocce ferme, non è quindi che “i rom non vogliono integrarsi”: ma piuttosto che per mantenere vivo quel sistema, e quindi continuare a percepirne gli “utili”, è sempre stato necessario evitare a tutti i costi che si integrassero.
Il che, ne converrete, sposta decisamente l’orizzonte delle valutazioni dal piano antropologico, quello che tende a decretare la non integrabilità dei rom sulla base di fantomatici criteri etnici, a quello eminentemente politico, che dovrebbe condurre all’elaborazione di riforme radicali per superare il sistema dei campi a beneficio di misure diverse, meno “appetibili” per le dinamiche corruttive e quindi, ovviamente, più efficaci.
Noi radicali quelle riforme le abbiamo chiare: per averle elaborate, codificate, proposte ai romani con il titolo “Accogliamoci” e depositate in Campidoglio corredate da più di seimila firme: con la speranza che il prossimo Consiglio Comunale si ricordi da un lato che è suo preciso dovere calendarizzarle e discuterle subito, e dall’altro che sarebbe anche il caso di approvarle.
A meno di non volerci ritrovare, tra una decina d’anni, davanti allo stesso quadro di oggi: ugualmente inquietante, anche se magari con personaggi diversi.

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